Il prezzo della libertà

scritto da Falco nero
Scritto 22 ore fa • Pubblicato 10 ore fa • Revisionato 10 ore fa
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Autore del testo Falco nero

Testo: Il prezzo della libertà
di Falco nero

Capitolo II – Le porte chiuse

La notte in cui portarono via mio padre non finì davvero mai.

Rimase sospesa nell’aria della casa, tra le sedie spostate e la porta ancora socchiusa, come se da un momento all’altro qualcuno dovesse rientrare per dire che c’era stato un errore. Io restai in piedi a lungo, senza sapere dove mettere le mani. Mia madre, invece, si sedette.

Non pianse.

Fu questo, più di tutto, a spaventarmi.

«Vestiti,» disse soltanto, dopo un tempo che non seppi misurare. «Domattina andiamo.»

«Dove?» chiesi, anche se lo sapevo già.

Non mi rispose.

All’alba eravamo fuori. L’aria era fredda e umida, e le strade sembravano più vuote del solito, come se la città stessa volesse tenersi lontana da quello che stava accadendo.

La prima porta fu quella della caserma.

Un edificio grigio, con finestre alte e occhi che osservavano senza farsi vedere. Bussammo. Ci fecero aspettare. Sempre aspettare. Poi un uomo uscì, ci guardò come si guarda qualcosa di fastidioso.

«Nome?» disse.

Mia madre lo pronunciò con voce ferma.

L’uomo sfogliò dei fogli senza davvero leggerli.

«Non risulta nulla.»

«Lo avete preso ieri sera,» risposi io, troppo in fretta. «Siamo qui per—»

Mia madre mi strinse il braccio.

«Torni a casa,» disse l’uomo, già voltandosi. «Se ci saranno notizie, verrete informate.»

La porta si chiuse prima che potessimo dire altro.

Nei giorni che seguirono, imparai cosa significa non essere nessuno.

Andammo ovunque. Uffici, altre caserme, corridoi lunghi e stanze con odore di carta e paura. Ogni volta la stessa scena: attesa, sguardi sfuggenti, risposte vaghe o nessuna risposta.

A volte ci dicevano di non sapere.

Altre, di non insistere.

Una volta, un uomo ci fissò più a lungo degli altri. Poi si avvicinò appena e parlò piano, senza muovere davvero le labbra.

«Tornate a casa. Non fatevi vedere troppo in giro.»

Mia madre annuì. Io no.

«Vogliamo solo sapere dov’è mio padre.»

L’uomo sospirò, quasi impercettibilmente.

«È accusato di attività contro il regime,» disse, come se stesse recitando qualcosa imparato a memoria. «Sovversivo.»

Quelle parole mi sembrarono enormi, troppo grandi per stare addosso a mio padre. Lui, che mi insegnava a leggere. Lui, che aggiustava le parole come si aggiusta un meccanismo delicato.

«Non è vero,» dissi.

L’uomo non rispose.

A casa, il silenzio era cambiato.

Non era più quello tranquillo delle sere normali. Era un silenzio che pesava, che si infilava nei muri e sotto la pelle. Ogni rumore ci faceva sobbalzare. Ogni passo sulle scale ci faceva trattenere il respiro.

Mia madre continuava a fare le stesse cose di sempre. Cucina, ordine, bucato. Ma lo faceva come se ogni gesto fosse necessario per non crollare.

Una sera la trovai seduta al tavolo, con le mani ferme sul grembo.

«Lo sapevo,» disse.

La sua voce era calma, troppo calma.

«Cosa?» chiesi.

Non mi guardò subito. Quando lo fece, i suoi occhi erano lucidi ma duri.

«Che sarebbe successo.»

Rimasi immobile.

«Tuo padre…» iniziò, poi si fermò. «Non ha mai saputo stare zitto davvero. Nemmeno quando ha iniziato a far finta.»

«Non ha fatto niente di male.»

«Non importa,» rispose lei, e in quelle due parole c’era qualcosa che mi fece più male di qualsiasi altra cosa.

Si alzò, lentamente.

«In certi tempi, Elena, non serve fare qualcosa di male. Basta non fare quello che vogliono.»

Continuammo a cercarlo.

Ogni giorno con meno speranza e più ostinazione. Io cominciai a notare le persone che ci evitavano. Le vicine che prima salutavano e ora abbassavano lo sguardo. Le finestre che si chiudevano al nostro passaggio.

Eravamo diventate qualcosa da cui stare lontani.

Un pomeriggio tornammo davanti alla tipografia. Era chiusa. Sigillata. Un foglio affisso sulla porta dichiarava che l’attività era sospesa per ordine delle autorità.

Lessi quelle parole più volte, come se potessero cambiare.

«Andiamo via,» disse mia madre.

«Era sua,» sussurrai.

«Non più.»

La notte, nel mio letto, ripensavo a ogni dettaglio. A quella sera. Alle mani che avevano afferrato mio padre. Al suo sguardo, un attimo prima di uscire.

Non aveva paura.

O forse sì, ma non per sé.

Avrei voluto ricordare meglio le sue ultime parole, ma si confondevano, si rompevano dentro di me. Restava solo una sensazione: che sapesse.

Come mia madre.

Come se tutto fosse già scritto da tempo, e noi fossimo arrivate solo alla pagina che nessuno voleva leggere.

E per la prima volta nella mia vita, capii davvero cosa voleva dire avere paura delle parole.

Il prezzo della libertà testo di Falco nero
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